Oceania 2
Riformare una Storia
Quando nel lontano 2016 arrivò nelle sale il primo Moana, pochi avrebbero potuto immaginare che ne sarebbe scaturito un franchise. Giunto verso la fine di quel periodo fortunato che durante gli anni 10 del nuovo secolo prese il nome di revival era, produsse un risultato più che buono, pur senza imprimersi nell’immaginario collettivo quanto Tangled o Frozen. Fu a suo modo un film fondamentale, l’ultima regia dei veterani John Musker e Ron Clements, che poco dopo avrebbero lasciato lo studio, un compromesso di stile, tecniche e contenuti tra due diverse fasi della storia disneyana. Poi, a scoppio ritardato, il grande successo arrivò. La penetrazione culturale non fu immediata, ma lenta, costante e insospettabile. Passò attraverso l’home video e soprattutto tramite la piattaforma streaming Disney+, che consacrò Moana come un vero cult generazionale. Una IP succulenta per una Disney Company sempre più desiderosa di infoltire il proprio campionario di scenari ricorrenti.
Pochi si stupirono quindi nel veder spuntare una serie dedicata a Moana tra gli annunci dell’investor day, evento online volto a esporre il manifesto produttivo Disney dell’epoca pandemica. Al tempo si parlò di una limited series destinata allo streaming, cinque o sei episodi di una ventina di minuti prodotti direttamente dai Walt Disney Animation Studios, cosa già di per sé anomala. Non era mai successo prima che fossero i WDAS a firmare una serie tv, settore storicamente appannaggio dell’economica Disney Television. La nuova era prometteva dunque di rivoluzionare completamente formati e competenze, facendo saltare gli schemi di un tempo. Il risultato fu che nel corso dello stesso evento oltre a Moana lo studio annunciò altre quattro serie: Baymax!, Zootopia+, Iwaju e Tiana, e per far fronte a tutto questo venne addirittura aperta una succursale WDAS in Canada. La stessa strategia fu adottata anche per gli altri studi di proprietà della Company, come Pixar, Marvel Studios e Lucasfilm, che si ritrovarono in prima linea per nutrire la neonata piattaforma streaming.
Nel giro di pochissimo però la bolla dello streaming scoppiò. Avvenne in modo fragoroso, per giunta in un momento in cui la Disney Company si trovava a dover fronteggiare svariati problemi di natura politica, economica e dirigenziale. Non tutte le serie vennero completate: ci riuscirono Baymax! e Zootopia+, ci riuscì Iwaju, firmato però solo in parte dai WDAS. Ma le due più ambiziose sparirono dalla scaletta: Tiana venne abortito, mentre Moana fu sottoposto ad una sorprendente riconfigurazione per volere di Bob Iger. Tornato al timone della Company dopo il brevissimo e inglorioso interregno di Bob Chapek, e desideroso di mettere un freno all’emorragia monetaria dovuta ai recenti flop, Iger si rifugiò nell’usato sicuro, dando la luce verde a un buon numero di sequel. Il classico Disney inizialmente previsto per il 2024, basato su un soggetto originale, venne tolto di mezzo e al suo posto spuntò il misterioso Moana 2, che si rivelò poi essere la rielaborazione della serie scomparsa. La trasformazione in un lungometraggio doveva esser stata giudicata percorribile e indolore: dopotutto si trattava pur sempre di una serie ad alto budget, per giunta con una narrazione orizzontale, perfetta per essere compattata e presentata come un film.
Lost in Translation
Moana 2 è ambientato tre anni dopo il film originale, e segue la protagonista in quello che è il secondo step della sua carriera di navigatrice. Dopo aver guarito l’oceano dal suo oscuramento millenario e aver reso nuovamente possibili i viaggi, per Moana e il suo popolo arriva finalmente il momento di allargare gli orizzonti e riconnettersi alle altre tribù. Ma l’isola di Motufetu, posta al centro delle correnti e dunque ideale crocevia di popoli e culture, risulta ostaggio di una magica tempesta scatenata dalla divinità malvagia Nalo, intenzionato a dividere l’umanità. Per rompere la maledizione, Moana si imbarca con un nuovo gruppo di personaggi, e strada facendo tornerà a collaborare con il suo vecchio amico Maui. Un prosieguo semplice e naturale, adatto sia ad una narrazione seriale che a un lungometraggio, per cui non stupisce la fluidità con cui si sia riusciti a rimodularne il formato. È bene ricordare che le miniserie di Disney+, specie quelle legate a Marvel e Star Wars, avevano sempre dato l’impressione di essere dei “film a pezzi”, quindi perfettamente ricomponibili alla bisogna, senza grossi scompensi strutturali.
A ben vedere però, le cicatrici dovute al riadattamento a tratti affiorano. Il materiale nuovo non manca, ma spesso non viene indagato a sufficienza e con un po’ di intuito si può avvertire cosa si sia perso nel passaggio da serie a film. L’equipaggio di Moana avrebbe sicuramente beneficiato di tempo in più per potersi far conoscere, dopotutto la trama chiede allo spettatore di empatizzare con loro quasi subito. Allo stesso modo, molte sono le implicazioni mitologiche che vengono prese per buone senza grandi approfondimenti. La faida con Nalo, il funzionamento della maledizione, il coinvolgimento stesso di Maui "in medias res", sono tutti elementi in cui si avverte rapidità. Spesso certe informazioni vengono date di sfuggita nei dialoghi, e sono dunque difficili da metabolizzare emotivamente. E poi c’è ovviamente la semidea Matangi, personaggio carismatico che il gruppo incontra a metà percorso e il cui arco emana incompiutezza. Palesemente vecchia fiamma di Maui, attuale servitrice di Nalo e inaspettatamente alleata di Moana, Matangi è tante cose e risulta poco chiaro come possa riuscire ad esserle tutte, dato il suo limitato screen time. Sebbene la storia grossomodo funzioni, si capisce che qualcosa si è perso per strada, da recuperare magari in un sequel, ma è anche la principale spia che il cambio di formato non è stato del tutto indolore.
Anche da un punto di vista stilistico si avverte che la mano è diversa: a dirigere troviamo infatti un terzetto di registi esordienti: David Derrick Jr., Jason Hand, and Dana Ledoux Miller. Per ovvie ragioni il team del film precedente non viene riconfermato, fatta eccezione per lo sceneggiatore Jared Bush (Moana, Zootopia, Encanto), successore di Jennifer Lee alla guida dei WDAS. Questo è però fisiologico, se si pensa alla vera natura del progetto: è comune affidare questo genere di espansioni alle nuove promesse di uno studio, lasciando la vecchia guardia a supervisionare da lontano. Solitamente si cerca di ricomporre la squadra originale per occasioni speciali, o per sequel nati come tali, mentre in questo caso il cambio è avvenuto in corsa. Si è dunque preferito importare direttamente le maestranze al lavoro sui diversi episodi della serie, il che spiega la presenza di ben tre registi. Questo rimpasto si ripresenta un po’ in tutti gli ambiti del film, dalla musica allo sviluppo visivo, e non implica necessariamente una perdita di qualità. Comporta però una certa claustrofobia creativa: il team si muove all’interno di un terreno già arato da altri e ne rispetta i confini stilistici senza potersi permettere improvvisazioni selvagge.
More of the Samoa
Sul comparto visivo di Moana 2 si potrebbero fare considerazioni analoghe a quanto detto sul narrativo. Come production designer troviamo nuovamente Ian Gooding che già si era occupato di definire l’estetica del film originale, e che svolge qui un lavoro in totale continuità col passato. Cambiano però alcuni membri chiave del suo team: Joyce Lee sostituisce Andy Harkness come art director degli ambienti, mentre Danny Arriaga succede a Bill Schwabb come art director dei personaggi. L’animazione inoltre viene realizzata in buona parte alla già citata succursale canadese dei WDAS, aperta a Vancouver proprio per focalizzarsi sui progetti derivativi. Qualitativamente parlando il risultato è enorme: il processo di lavoro che da sempre avvicina la CGI dei WDAS all’animazione tradizionale viene rispettato e persino migliorato. A occuparsi dei drawovers è l’ottimo Randy Haycock, uno dei veterani del 2d, e questo permette di raggiungere vette altissime di espressività nei volti e nella recitazione dei personaggi. Certamente dispiace vedere lo studio tornare di netto a utilizzare una CGI “liscia”, dopo essersi avventurati in campo ibrido con Wish, ma trattandosi di un seguito è normale aver scelto un approccio mimetico.
E in effetti, la mimesi con il film originale è davvero riuscita, tanto da far avvertire anche qui quel già citato senso di claustrofobia creativa. L’impressione è che anche per quanto riguarda lo sviluppo visivo si sia voluto rimanere in una sandbox, giocando con gli strumenti già a disposizione dal 2016. I precedenti sequel avevano pretese diverse e puntavano ad essere artisticamente autonomi: Frozen 2 variava registro, atmosfera e palette cromatica, Ralph Spacca Internet ci spalancava addirittura le porte di un nuovo mondo con diverse regole grafiche. Risultati ottenibili concependo il film non come una semplice espansione derivativa, ma come opera distinta, inedita espressione di un decennale discorso artistico. Non è un mistero però che Moana 2 nasca in modo diverso e dunque si accontenti di rimanere nei limiti del solco, senza tradirlo o concedersi deviazioni ardite che potrebbero sforare il budget. Non allarga davvero l’orizzonte con particolari guizzi o spiazzanti trovate visive, vuole essere degno della qualità del predecessore e in questo riesce bene.
Qua e là qualche differenza degna di essere rilevata però c’è. Del gruppo di nuovi personaggi spicca la già citata Matangi, semidea le cui movenze sfidano le leggi della fisica, rimanendo decisamente impressa. Torna inoltre il Mini-Maui, tatuaggetto senziente e contrappunto umoristico del suo grosso portatore: Eric Goldberg questa volta supervisiona una piccola squadra di giovani animatori 2D e il risultato è che le gag di cui è protagonista cambiano leggermente, virando verso una maggior tenerezza. E a proposito di tenerezza, al cast si aggiunge Simea, sorellina minore di Moana nata fuori scena, e ottima occasione per far maturare la protagonista. Moana passa infatti da sedici a diciannove anni, e il modello viene leggermente ridisegnato, modificando sottilmente alcuni dettagli anatomici e rendendola quindi la prima eroina Disney a subire un leggero invecchiamento. Lo subisce pure il maialino Pua, che aumenta di stazza e partecipa così al viaggio. Scelte di design tutt’altro che scontate, se si pensa alle loro implicazioni in termini banalmente commerciali e alla loro iconicità. Infine, vale la pena sottolineare il cambio di aspect ratio: se il film originale sfoggiava un formato panoramico visceralmente cinematografico, qui le proporzioni si avvicinano al widescreen standard, il che rivela ancora una volta l’origine televisiva del progetto.
Bear & Barlow
La colonna sonora di Moana 2 era già in fase avanzata di lavorazione al momento del cambio di formato. Ma a prescindere da questo, la sua struttura finale rispecchia quella del suo predecessore, fornendo un'interessante controparte alla vecchia partitura. Anche in questo caso troviamo una commistione di nomi vecchi e nuovi. Alle strumentali torna infatti Mark Mancina, mentre a firmare i brani etnici troviamo nuovamente Opetaia Foa'i con il gruppo polinesiano Te Vaka. Diverso il discorso per le canzoni vere e proprie, che stavolta non vedono il ritorno di Lin-Manuel Miranda, impossibilitato a partecipare per via dei suoi numerosi altri impegni. Lo sostituiscono Emily Bear e Abigail Barlow, un duo di giovanissime compositrici, portate all’attenzione della cronaca in seguito all’uscita di The Unofficial Bridgerton Musical (2021), concept album basato sulla prima stagione della popolare serie Netflix. Cinque le canzoni in tutto, escludendo i numerosi reprise di brani nuovi o preesistenti e i pezzi polinesiani.
- Tulou Tagaloa (Sei e Va'ai Mai). Questo brano di Opetaia Foa'i non era altro che l’attacco del Moana originale, che qui viene riproposto in versione “potenziata” come ouverture del film, in segno di continuità col passato.
- We’re Back. La prima delle cinque canzoni inedite accompagna Moana nel suo ritorno al villaggio dopo uno dei suoi viaggi di ricerca e svolge egregiamente il ruolo di happy village song, denominazione usata a Broadway per indicare i numeri in cui viene presentato lo scenario di partenza. È chiaramente la versione speculare di Where You Are che nel primo film costituiva un inno allo stile di vita stanziale del popolo di Moana, che ora dopo tre anni sta beneficiando degli effetti del nuovo regime. Appaiono di sfuggita i personaggi che più tardi comporranno il nuovo equipaggio, e in generale la sequenza funziona molto bene. Il brano verrà poi riproposto durante i titoli di coda in una versione eseguita dai Te Vaka.
- Beyond. Questa splendida sequenza musicale funge da controparte per How Far I’ll Go, la storica i want song composta da Miranda ai tempi del primo film, ma in realtà ha dei punti di contatto soprattutto con Into the Unknown, uno dei brani principali di Frozen 2. Ancora una volta Moana si ritrova a dare voce ai suoi pensieri rivolta verso il mare, ma ora il senso è capovolto: la ragazza che un tempo desiderava fuggire verso l’orizzonte, adesso che è più matura e ha dei legami, si ritrova ad aver paura di doverlo fare nuovamente. Anche la sua interprete Auli’i Cravalho è cresciuta e di conseguenza la canzone assume un tono più tetro e misterioso. Beyond tornerà altre due volte nel corso del film: un suo reprise innescherà il maestoso climax con la riemersione di Motufetu, inoltre una sua versione pop accompagnerà buona parte dei titoli di coda.
- My Wish for You" (Innocent Warrior). Direttamente dal primo film ecco un altro reprise. Questo brano polinesiano in origine accompagnava il prologo con Moana bambina nonché lo scontro finale con Te-Ka. Adesso viene rispolverato per dare alla sorellina Simea il suo “battesimo idrico”, in una sequenza breve ma significativa.
- Finding the Way. Un altro brano etnico a cura dei Te Vaka. È intradiegetico, cantato dalla tribù di Motunui per salutare Moana al momento della sua partenza verso l’ignoto. Lo ritroveremo specularmente alla fine, quando la vediamo tornare, una volta compiuta la missione.
- What Could Be Better Than This? La terza delle cinque canzoni composte da Bear e Barlow ha il sapore di un divertissement, data la sua atmosfera frivola, che mescola insieme balli di gruppo, haka e persino un po’ di rap. Una volta iniziato il viaggio, Moana si improvvisa animatrice turistica per tenere di buonumore il nuovo equipaggio: un bardo bonaccione, un anziano contadino e una carpentiera stravagante. Questi tre personaggi non avranno molte altre occasioni di mettersi in luce, per cui tocca a questo numero musicale fare il possibile per farli emergere. Un bell’assist viene dato dall’animazione, ricca di espressività e sofisticatezze, come da tradizione WDAS.
- Get Lost. Il quarto brano sembrerebbe voler essere la nuova villain song ma viene cantato da un personaggio che si rivela tutt’altro che l’antagonista della storia. Matangi infatti, al di là delle sue eccentriche movenze e dell’atteggiamento intrigante, aiuta Moana a ricongiungersi con Maui e a raggiungere magicamente il tratto di mare in cui si trova Motufetu. Get Lost è un graffiante brano acid-jazz, ricco di personalità, che invita la protagonista a “perdersi” per ritrovare la strada. E sebbene questo concetto appaia un po’ fine a sé stesso, e il personaggio di Matangi sembri promettere sviluppi che poi non saranno, la sequenza rimane una delle migliori in assoluto del film perché permette agli artisti di divertirsi con le immagini. Matangi “guida” Moana in una lunga scivolata nei meandri del mollusco gigante che le imprigiona, ed è un profluvio di luci, colore e gag visive. Uno dei momenti più ispirati del film.
- Can I Get a Chee Hoo? Il quinto e ultimo numero musicale scritto dalle due compositrici. Collocata in quella fase che in gergo viene chiamata the darkest hour, questa nuova canzone di Maui serve a restituire a Moana la fiducia per poter proseguire nel viaggio. Potente e orecchiabile, si tratta di un pezzo decisamente meno melodico rispetto a You’re Welcome, sua storica controparte nel film originale. La canzone offre ancora una volta agli artisti la possibilità di giocare in grande stile con l’armamentario visivo, in modo analogo a Get Lost. Lo scenario si fa irreale e ricco di elementi bidimensionali, mentre Maui spinge l’amica ad affrontare diverse prove immaginarie dal sapore platform, un po’ come succedeva alla fine del numero di Filottete in Hercules. La sequenza è intelligente anche perché evidenzia la maturazione di Maui, che rimane ruvido e spaccone ma non più egocentrico: se You’re Welcome era incentrata su di sé, ora è Moana l’oggetto della sua ode.
- Mana Vavau. Altro breve brano tribale firmato da Opetaia Foa'i, che accompagna la sequenza con la finta morte di Moana e la sua trasformazione in semidea. Interessante per il gran numero di personaggi coinvolti: vediamo gli spettri degli antenati, tra cui la nonna e il patriarca, interagire con un’inedita versione di Maui, spogliato dei suoi tatuaggi. La sequenza sfocia poi nel già citato reprise di Beyond che chiude simbolicamente l’avventura di Moana.
- Nuku O Kaiga. Ultimo dei brani etnici composti dai Te Vaka è ascoltabile solamente in sottofondo nella scena dell’incontro tra Maui e Simea, poco prima del reprise di Finding the Way. Ed è un vero peccato che la si senta così poco, data la sua ottima orecchiabilità.
- We Know the Way. Unica canzone completa del film originale a tornare nel sequel, accompagna le ultime scene con gli epiloghi dei personaggi. Splendido e narrativamente significativo, la sua presenza attraversa due pellicole regalando una certa organicità al progetto.
Moana Ritornerà in Avengers: Chee Hoo
Moana 2 arriva nelle sale cinematografiche verso la fine del 2024 e il successo è clamoroso. L’intuizione di Bob Iger si rivela esatta e il risultato al botteghino rimpingua le casse di una Disney Company da tempo in difficoltà. Dopo i flop di Strange World e Wish c’era davvero molta incertezza ai WDAS per il futuro, e lo stesso valeva per Pixar, Marvel e le altre realtà della Company, colpite da numerosi fiaschi. Il trionfo di Moana 2, che fa seguito a quello del pixariano Inside Out 2, sembra porre l’ultimo chiodo sulla bara di quella strategia incentrata sullo streaming che aveva preso piede in pandemia. I soldi si tornano a fare al cinema, meglio se con storie e personaggi collaudati, che esercitino un certo richiamo su un pubblico ormai apatico e scettico verso le novità. Di contro, produrre animazione ad alto budget per una piattaforma streaming ormai significherebbe solo lasciare che l’opera venga data per scontata e rinunciare ad un guadagno che nel caso dei sequel è un risultato sicuro.
La narrazione aziendale si inverte di colpo, e così dopo una fase in cui gli studi hanno dato spazio a storie originali dal retrogusto intimista e sperimentale, ne inizia un’altra incentrata sui franchise e su progetti che puntino a coprire il più ampio target possibile, rigorosamente sul grande schermo. Moana 2 si fa ambasciatore di questa nuova strategia, che vedrà presto l’arrivo dei nuovi capitoli di Zootopia e Frozen, ma nel farlo crea uno strano precedente. Non è il primo fra i classici Disney a nascere dal rimodellamento di materiali pregressi, basti pensare Le Avventure di Winnie the Pooh (1977) o ai package films degli anni 40. Né è il primo sequel dell’era moderna. È però sicuramente il primo lungometraggio WDAS a non poter vantare una reale autonomia artistica. Costruisce infatti solo entro certi limiti, senza riuscire ad espandere davvero il materiale di partenza. Ma soprattutto sembra voler già preparare il terreno per future iterazioni del franchise, rappresentando quasi un antipasto o un capitolo di passaggio.
A metà dei credits è infatti inserita una scena extra in cui rivediamo il granchio Tamatoa dal primo film raggiungere Matangi e Nalo, mentre quest’ultimo pianifica una contromossa. I Walt Disney Animation Studios prendono in prestito il codice espressivo dei Marvel Studios, che su questo genere di agganci hanno costruito la propria identità, e sembrano così puntare a costruire narrazioni seriali sul grande schermo. Una strategia per loro inedita e dal grande potenziale visionario… ma decisamente rischiosa e lontana dai principi artistici che da sempre definiscono il loro cinema. Ma al di là di queste valutazioni strettamente legate al suo contesto produttivo, Moana 2 è un film che a modo suo funziona, pur non pretendendo di reinventare la ruota. Non è certo il film più opulento del canone disneyano, ma è divertente, narrativamente fluido e abbastanza solido per proseguire degnamente la saga polinesiana. Essere riusciti a portare sullo schermo un film con valori produttivi così alti, pur in un clima creativamente tumultuoso, ci dice molto del livello di know-how che nel tempo hanno sviluppato gli artisti dell’hat building.
Scheda pubblicata il 18 Novembre 2025.

di Valerio Paccagnella - Laureato in lettere moderne, è da sempre un grande appassionato di arti mediatiche, con un occhio di riguardo per il fumetto e l'animazione disneyana. Per hobby scrive recensioni, disegna e sceneggia. Nel 2005 fonda “La Tana del Sollazzo”, piattaforma web per la quale darà vita a diverse iniziative, fra cui l'enciclopedico The Disney Compendium e Il Fumettazzo, curioso esperimento di critica a fumetti. Dal 2011 collabora inoltre anche con Disney: scrive articoli per Topolino e Paperinik, e realizza progetti come la Topopedia (2011), I Love Paperopoli (2017) e PK Omnibus (2023).
Scheda tecnica
- Titolo originale: Moana 2
- Anno: 2024
- Durata:
- Produzione: Christina Chen, Yvett Merino
- Regia: David G. Derrick Jr., Jason Hand, Dana Ledoux Miller
- Sceneggiatura: Jared Bush, Dana Ledoux Miller
- Musica: Abigail Barlow, Emily Bear, Opetaia Foa'i, Mark Mancina
Credits
| Nome | Ruolo |
|---|---|
| Abigail Barlow | Canzoni |
| Emily Bear | Canzoni |
| Jared Bush | Sceneggiatura |
| Christina Chen | Produttore |
| David G. Derrick Jr. | Regista |
| Opetaia Foa'i | Canzoni |
| Jason Hand | Regista |
| Mark Mancina | Musica |
| Yvett Merino | Produttore |
| Dana Ledoux Miller | Regista; Sceneggiatura |
Bibliografia
Sul film:
- K. Hurley, The Art of Moana 2 (2024: Chronicle Books [US]). li>






















