Rapunzel - L'Intreccio della Torre

Una Lunga Lavorazione

Era la fine degli anni 90 quando cominciarono a circolare voci che volevano gli studios al lavoro su Rapunzel. Stranamente non era ancora stato realizzato un corrispettivo Disney della famosa fiaba dei Grimm, sicché questo titolo brillava di luce propria nella lista di progetti che gli studios avevano in serbo, alcuni concretizzatisi (Brother Bear, Lilo & Stitch, Enchanted), altri tristemente defunti (Antonius, Fantasia 2006, The Search of Mickey Mouse). Da allora in Disney accaddero molte cose: i Walt Disney Animation Studios attraversarono una fase votata allo sperimentalismo, vennero poi investiti da una profonda crisi e infine ebbero una rinascita. Al vertice si avvicendarono varie gestioni, mentre nel frattempo il panorama dell'animazione intorno alla Disney cambiava sempre più con l'ascesa di pericolosa concorrenza, frontiere autoriali che si aprivano dall'oriente, e soprattutto sfiducia e indifferenza da parte di un pubblico sempre più votato alla risata facile. La lavorazione di questo film fu una vera cartina tornasole dei tumultuosi eventi che gli avvenivano intorno: ogni volta che la politica dirigenziale cambiava, anche il film veniva completamente rivoluzionato. Se ne scrissero moltissime versioni, anche radicalmente differenti tra loro, con intenti, stili e sensibilità spesso e volentieri opposte. Ad una prima stesura assolutamente tradizionale ne seguì una dal registro opposto, la versione Unbraided, in cui due adolescenti moderni venivano trascinati nel mondo delle fiabe, sostituendosi a Raperonzolo e al principe, trasformati a loro volta in una scoiattolina e in un cane. Era la risposta a Shrek di una Disney in piena crisi d'identità, a cui seguirono svariate riscritture, tra le quali si ricorda persino una versione molto cupa. Un percorso travagliato che ci conduce alla stesura definitiva, che potremmo idealmente definire la “versione hippie”, arrivata finalmente nelle sale cinematografiche nel 2010.
L'Animazione di Glen Keane

Una cosa però era sempre rimasta costante: Rapunzel avrebbe dovuto avere un'animazione rivoluzionaria, capace di imprimere una svolta decisiva alla CGI, conferendole le tipiche qualità espressive e recitative dell'animazione tradizionale. L'uomo chiave di questo progetto era Glen Keane, che inizialmente avrebbe addirittura dovuto essere il regista del film, ma che, per motivi di salute, si è limitato ad esserne il produttore esecutivo e il supervisore principale di tutta l'animazione, mentre nel frattempo la regia è passata in mano a Byron Howard (regista di Bolt) e Nathan Greno (Super Rhino, Gigantic). Glen Keane era insieme ad Andreas Deja, Eric Goldberg, Mark Henn e molti altri, uno dei “nuovi vecchi”, formatosi alla scuola di Eric Larson, e senza dubbio il miglior animatore del gruppo. Il grizzly di Red & Toby, Rattigan, Sykes, Ariel, Marahute, la Bestia, Aladdin, Pocahontas, Tarzan e Long John Silver sono tutte sue creazioni, che dimostrano la sua incredibile versatilità e l'immensa carica espressiva di ogni suo disegno. Basta vedere una smatitata di Glen per rendersi conto della forza sprigionata da ogni tratto. Fu proprio Michael Eisner, all'epoca CEO della Disney Company, ad invitare Glen a pensare al film in termini di animazione computerizzata. Per Glen Keane fu senza dubbio una sfida stimolante, ma l'obiettivo di Eisner in quegli anni era chiaramente avventurarsi in un campo che si credeva precluso alla Disney, imparando quindi a fare a meno della Pixar. Affidare al numero uno dell'animazione tradizionale la resa di un film in computer grafica, per giunta di una fiaba, laddove la CGI era sempre stata utilizzata per le commedie contemporanee, era sicuramente un azzardo. Se però l'azzardo si fosse trasformato in un progetto ben preciso volto a redimere una CGI da sempre a disagio con la figura umana, allora poteva essere diverso. Sul piano prettamente artistico infatti la CGI dell'epoca non godeva di ottima fama, incapace com'era di realizzare esseri umani convincenti e di trovare la giusta via di mezzo tra le simpatiche stilizzazioni Pixariane e lo squallido fotorealismo della motion capture di Zemeckis. Bisognava applicare la cura Glen Keane a questa tecnica per vedere cosa ne sarebbe uscito. Inizialmente l'idea era quella di dare al film una resa pittorica, ma questo progetto venne rimandato ad un futuro lontano, e ci si concentrò invece sull'animazione. Attraverso ogni fase e riscrittura del film, Glen istruì passo passo la crew di animatori 3D, realizzando un gran numero di pencil test che potessero mostrare la via, arrivando persino a disegnare con la tavoletta grafica direttamente sopra le immagini tridimensionali, per correggere le numerose rigidità tipiche di questa tecnica. Così facendo riuscì ad infondere il tipico stile Disney nei freddi modelli poligonali, trasferendo in essi buona parte della sua sensibilità artistica, per mezzo di recitazioni virtuose, una particolare illuminazione dei volti, una modellazione dei personaggi debitrice del 2D e altri minimi accorgimenti. Un esempio a questo proposito può essere il fatto che gli occhi di molti personaggi vengono contornati da una sottile linea nera, che ne accentua l'espressività, laddove in precedenza la resa era maggiormente plasticosa (la bimbetta del pixariano One Man Band, ad esempio). E questo è solo uno dei tanti piccoli tocchi, finezze che possono passare inosservate ma ad un livello inconscio aiutano a restituire il feeling che Glen Keane ha cercato di ricreare per amor della sua arte, realizzando una versione volumetrica dei suoi bellissimi disegni.
Storia di una Ribellione

Rapunzel ripropone il classicissimo storytelling disneyano, contaminandolo con alcuni tocchi di modernità. Registro fiabesco e commedia si alternano lungo tutta la durata del film, in modo arguto e intelligente. Strutturalmente parlando, il film funziona bene: come sempre il materiale originale viene molto reinterpretato, ma la fiaba dei Grimm è stata fondamentalmente rispettata. Lo schema compositivo della sceneggiatura è quanto di più classico si possa immaginare, e la cosa ha sempre funzionato. Alla base del progetto Rapunzel c'era infatti il desiderio di dimostrare al pubblico che anche con la CGI era possibile realizzare un Classico Disney perfettamente degno degli anni 90. Quindi rivoluzione, sì, ma più formale che contenutistica. Una sfida senza dubbio vinta, come del resto lo era stata quella dell'anno precedente, quando John Lasseter ne La Principessa e il Ranocchio aveva dimostrato l'opposto, e cioè che era possibile infondere un po' della concretezza e del realismo pixariano anche all'interno della classicissima animazione tradizionale Disney. Ma anche se strutturalmente ben collaudata, la trama di Rapunzel riesce a restituirci alcuni spunti non banali e mai utilizzati prima d'ora in un Classico Disney: la protagonista Rapunzel, i cui magici capelli hanno un effetto terapeutico, viene rapita in fasce ai suoi genitori e rinchiusa nella torre da una megera che intende spacciarsi per sua madre pur di sfruttarne il potere. La donna in questione, Madre Gothel, per preservare questo dono, non esita a crescere la bambina in modo assolutamente sbagliato, impedendole la fuga non con la forza bensì con la manipolazione, costruendole intorno delle barriere psicologiche e infondendo in lei la convinzione che il mondo esterno sia cattivo e che lei sia troppo bruttina e debole per riuscire a far fronte a tali orrori. Una violenza psicologica notevole, perpetuata negli anni nei confronti di una ragazzina e che potrebbe ricordare un altro imprigionamento, quello di Quasimodo. C'è però una differenza sostanziale tra le due situazioni, ed è nel rapporto tra i personaggi: se Frollo e Quasimodo avevano un rapporto tutore/allievo, quello che offre questo film è qualcosa di molto più disturbante, un rapporto genitoriale morboso, basato sull'inganno e la prevaricazione, e uno filiale fatto di senso di colpa e disagio. Insomma, la biondina dai capelli lunghi alla sua matrigna è sinceramente affezionata, si avverte tutto il suo senso di colpa nel disobbedirle, e talvolta viene da chiedersi se quella donna mostruosa di Gothel, tanto egoista e presa da sé stessa, non si sia a sua volta affezionata alla figlia, in qualche modo perverso e morboso. Il rapporto tra le due è paradossalmente più disturbante all'inizio del film, quando è tranquillo e falsamente positivo, rispetto a quando nel finale per ovvi motivi si accende il conflitto. Ed è per questo che si può parlare di “stesura hippie”: è la storia della liberazione di Rapunzel dalle sue catene psicologiche e della sua ingenua ribellione, che si traduce in una fuga dalla torre con l'aiuto della bodyguard improvvisata Flynn Rider, bandito in corso di redenzione, e contrappunto picaresco (e un po' pagliaccesco) del film.
La Più Bella del Reame e il suo Cast

Rapunzel è senza dubbio la protagonista femminile Disney più adorabile di sempre. È la più credibile, la più espressiva, la più simpatica, e per rendersene conto basta pensare alla mitica scena degli sbalzi di personalità, appena uscita dalla torre. Mai si era vista una principessa Disney così buffa, reale e nel contempo affascinante. E dirlo di un personaggio in CGI, specie dopo tutto il discutere di figura umana che si è fatto negli anni passati, è incredibile. Si sarebbe potuto esigere decisamente di più dal personaggio di Flynn Rider che invece non si discosta molto dallo stereotipo del bandito disinvolto e materialista dal cuore d'oro. E va detto che per tutta la prima parte del film, prima della sua repentina maturazione, i suoi modi sempre sopra le righe e il suo atteggiamento egocentrico e disinvolto creano parecchi scompensi di registro al film, apparendo come note un po' stonate. Inquietanti invece i fratelli Stabbington, e Madre Gothel una delle cattive più folli e nel contempo drammaticamente credibili di sempre. Uncino e un po' tutti i briganti della locanda sono personaggi graficamente straordinari che offrono un contrappunto comico davvero apprezzabile. E poi vengono ovviamente le spalle comiche vere e proprie: il camaleonte Pascal e il cavallo Maximus. Il primo è abbastanza inutile, è un semplice contrappunto, interlocutore minimalista di Rapunzel che si limita a fare un paio di versetti e sorrisini, ma che fortunatamente non risulta assolutamente invasivo o pecoreccio come ci si aspetterebbe purtroppo dalle spalle comiche, il secondo invece è un colpo di genio. Se dai trailer poteva sembrare il cavallo di Flynn o di Rapunzel, scoprire che in realtà è una sorta di attivissimo antagonista, irriducibile nel voler catturare Flynn, è sicuramente una sorpresa. È un personaggio graficamente eccezionale, il giusto sunto di tutti i cavalli Disney che si sono avvicendati nel corso degli anni dal Ronzino di Cenerentola al Pegaso di Hercules, passando per il Sansone de La Bella Addormentata nel Bosco, e le sue gag fisiche, nevrotiche, violente, e i suoi duetti con Flynn sono veramente uno dei punti di forza del film, occasioni in cui mostra tutta la sua energia.
La Musica di Alan Menken

I rumor che si rincorrevano ai tempi delle prime stesure del film erano contraddittori, ma quasi tutti concordavano sul fatto che questo film in CGI non sarebbe stato solo una fiaba, ma addirittura un musical. Raccontare una storia tramite le canzoni è sempre stato il principale tratto distintivo del cinema disneyano, ma tale formula all'inizio del secolo stava cadendo in disuso a favore di esperimenti più improntati all'azione (Atlantis, Treasure Planet), alla commedia (Le Follie dell'Imperatore, Lilo & Stitch) o con un limitato numero di canzoni originali (Chicken Little, I Robinson, Bolt). Koda Fratello Orso e Mucche alla Riscossa avevano segnato una piccola ripresa in tal senso, ma erano stati fortemente boicottati dalle alte sfere, frettolose di chiudere i conti con un passato che si pensava non più redditizio. Rapunzel rappresentava un'anomalia bella grossa in questo panorama, tantopiù che a firmare le canzoni si vociferava sarebbe stata una new entry, la compositrice Jeanine Tesori, responsabile di "capolavori" come Mulan 2, La Sirenetta 3, o il musical di Shrek.
Alan Menken in quel periodo era occupato a curare l'adattamento teatrale delle sue opere precedenti, e dopo l'esperienza minore di Mucche alla Riscossa non aveva più collaborato ai film animati Disney. Ci voleva la svolta dirigenziale per coinvolgerlo nuovamente nei progetti filmici, prima con la colonna sonora del film a scrittura mista Come D'Incanto, e poi con la colonna sonora de La Principessa e il Ranocchio, incarico che però sarebbe passato quasi subito nelle mani del collega Randy Newman. Non c'era dubbio che se si voleva tentare l'esperimento del Classico a tutti gli effetti era necessario che Rapunzel portasse la firma di Alan Menken, e quindi, accantonata la versione Unbraided e tolta di mezzo la Tesori, si riavviò la produzione, consegnandoci il ritorno alla tradizione che nessuno avrebbe mai osato sperare.
La prima cosa che fece Menken fu dichiarare che Rapunzel avrebbe avuto sonorità rock, cosa che sconvolse molti. Del resto stiamo parlando dell'uomo che scelse il gospel per parlarci di mitologia greca, le sonorità giamaicane per portarci in Danimarca, il jazz per le mille e una notte e lo Yodel per il vecchio west, quindi era logico che avrebbe realizzato qualcosa di atipico, mischiando sonorità improbabili e facendo collegamenti imprevedibili. E in questo caso il rock melodico anni '60 poteva adattarsi alla perfezione a questa fiaba hippie, incentrata sulla ribellione di una capellona, vera e propria “figlia dei fiori” in fuga da un sistema genitoriale castrante.
- When Will My Life Begin - Bisogna riconoscere che nel prodotto finito questa anima rock si sente solo fino a un certo punto, tuttavia il brano d'apertura ne è intriso, e ci offre una versione moderna e sbarazzina delle più classiche “i want song” cantate dalle eroine disneyane. La chitarra è molto presente, e il cantato è fuori campo, mentre un montaggio veloce e dinamico illustra le mille attività che la biondina si inventa per riempire le giornate, senza rendersi perfettamente conto di essere prigioniera. Quel che vediamo infatti è una ragazza ingenua che si autoconvince di star bene, quando in realtà il suo sogno sarebbe uscire nel mondo esterno, per scoprire il significato di quelle lanterne che i suoi veri genitori inviano ogni anno nei cieli per cercarla.
- Mother Knows Best - La villain song di Madre Gothel, col suo tono da operetta, è quanto di più ironico, intelligente e divertente abbia realizzato Menken. È sicuramente il pezzo più teatrale, una scena completamente girata al buio dove le luci illuminano unicamente Gothel e Rapunzel, un trucco visivo che aiuta a descrivere il tipo di rapporto malato che esiste tra le due. Tra un volteggio e l'altro la matrigna riesce a dare a Rapunzel dell'imbecille, a dirle che è brutta, incapace, il tutto tra un sorriso e una carezza, facendosi persino abbracciare al termine del numero. Diabolicamente raffinato. Le espressioni mortificate della piccola sono veramente incredibili: il modo in cui gli animatori ce la mostrano barcollare ogni volta che una affettuosa stilettata materna le fa mancare il terreno sotto i piedi, il momento in cui si nasconde tra i capelli a mo' di casetta, quando al sentirsi dire che è brutta le trema la guancia come se stesse mettendosi a piangere, e soprattutto quando credendo di correre tra le braccia della madre si ritrova davanti ad un manichino mentre Gothel coi suoi atteggiamenti teatrali e egocentrici è da tutt'altra parte della stanza a scendere dalla scalinata come una diva. Bé potremmo essere davanti ad un esempio perfetto di come si possa dire con una canzone ben di più di quanto si potrebbe fare con una semplice scena di dialogo, portando ai massimi livelli il principio che Frank Thomas e Ollie Johnston nel loro libro sui segreti dell'animazione avevano chiamato “staging”.
- When Will My Life Begin - Reprise - Esistono due reprise per questo brano, ma solo uno ha trovato spazio nel film, mentre l'altro è stato brutalmente tagliato e inserito solamente nel cd della colonna sonora americana. L'altro però c'è e accompagna la magnifica scena in cui Rapunzel si libera dalla sua prigionia e scende dalla torre. È un indimenticabile inno alla libertà, che riprende la melodia iniziale ma la trasforma abbandonando le sonorità rock in favore di un crescendo sinfonico da pelle d'oca, in cui vediamo la biondina correre come un'indiavolata sul prato a piedi nudi mentre la telecamera, più dinamica che mai, le gira intorno danzando assieme a lei.
- I've Got a Dream - Si tratta del brano umoristico, la famosa scena della baldoria nella locanda in cui Rapunzel apre il cuore dei briganti, trasformandoli in bonari alleati. Un momento a dir poco trascinante, musicalmente non rivoluzionario ma dal sapore classico, e visivamente uno dei più indovinati. La sperimentazione qui è lasciata da parte, si tratta di un brano in pieno stile Broadway, con balli e canti, e un umorismo sopraffino. I desideri e le passioni segrete di ognuno dei lestofanti in questione sono gag riuscitissime, e il testo della canzone si sposa con le immagini in maniera sempre imprevedibile. Siamo ai vertici dello humor Disney, quello delle caricature grottesche e delle risate a denti stretti, un qualcosa che dopo anni e anni di commediole in CGI si pensava avrebbe stonato, ma che invece risplende in modo fulgido, grazie alla sua raffinatezza.
- Mother Knows Best - Reprise - Potente reprise, meno mellifluo e sicuramente più sinistro, in cui Gothel cerca in tutti i modi di convincere Rapunzel a far ritorno tra le sue braccia instillandole il germe della sfiducia verso Flynn. In quest'occasione il nuovo palcoscenico diventa il bosco, gli atteggiamenti di Gothel virano verso il drammatico, e musicalmente parlando il brano acquista una forza ancor più dirompente.
- Kingdom Dance - Alan Menken aveva sempre lavorato costruendo colonne sonore al totale servizio del film, in cui la storia veniva raccontata attraverso la musica. Temi dei personaggi, reprise e brani strumentali si fondevano insieme in un gioco di richiami continuo, utile a comunicare allo spettatore le giuste emozioni. Raramente si potevano individuare quindi brani strumentali estrapolabili, che potessero avere una propria autonomia, alla pari delle singole canzoni, ma in Rapunzel succede e si tratta della Kingdom Dance, la scena madre del film in cui Rapunzel e Flynn arrivano nella cittadina medioevale. In uno scenario che ricorda molto la Hyrule Town di The Legend of Zelda: Twilight Princess, Rapunzel e Flynn passano una giornata insieme avvicinandosi sempre più, e il tutto viene messo in scena con un delizioso montaggio in cui le loro scene insieme vengono incrociate con quelle di una danza inebriante che una Rapunzel scalza e dai capelli intrecciati e ricoperti di fiori compie coinvolgendo popolani di ogni età e sesso, in un momento di comunione spirituale a dir poco dionisiaca. L'animazione di lei è qualcosa di sconvolgente, un risultato che solo un esteta visionario avrebbe potuto ottenere da una tecnica fino a quel momento fredda come la CGI. Rapunzel danza in maniera ingenua e allo stesso tempo consapevole, e quando si lascia andare e va in estasi ad occhi chiusi sembra proprio di essere all'epoca degli hippie. Un risultato straordinario, sottolineato da un brano trascinante e dal sapore puramente medioevale che termina solo nel momento in cui i due futuri amanti riescono a congiungersi, dopo esser stati per tutta la danza continuamente sviati dal caos della folla in festa. Da brivido.
- I See the Light - Dopo un momento tanto intenso si ha una scena più rilassante, in cui trova posto il tema d'amore composto da Menken, una ballata che inizia lenta per poi crescere gradualmente. È una scena veramente magica, in cui i due guardano finalmente le lanterne salire nel cielo nella notte stellata, su un imbarcazione al centro del laghetto illuminato. Tornano questa volta le sonorità rock, ma è un rock lento che serve a descrivere la maturazione di Rapunzel, finalmente in pace con sé stessa e innamorata. Si tratta di un duetto davvero magico, che ha avuto un grosso ruolo nel far capire al mondo che la Disney di Can You Feel the Love Tonight e A Whole New World era finalmente tornata.
- Healing Incantation - Non va dimenticata questa brevissima canzone, che ricorre più e più volte nel film e che ha un ruolo strettamente narrativo, trattandosi della formula magica che attiva i capelli di Rapunzel. Un brano magico che sarebbe stato bello poter ascoltare in versione più estesa, ma che deve piegarsi anch'esso alle esigenze di narrazione.
- Something That I Want - Unico brano non di Menken del lotto, è la cover pop presente nei bellissimi credits, disseminati di simpaticissimi bozzetti, che ripercorrono la storia del film. Simpatica e trascinante, si rivela una scelta azzeccatissima per chiudere alla perfezione un film tanto frizzante.
Alcuni hanno criticato questa nuova colonna sonora menkeniana sottolineandone la scarsa incisività rispetto al passato. Forse è vero che non raggiunge i livelli spettacolari di un Gobbo di Notre Dame, ma stiamo pur sempre parlando di film diversi, con intenti e storie diverse. Menken si rivela un vero fuoriclasse reinventandosi ogni volta, e ponendosi al servizio dell'esigenza del momento, sia che si tratti di un'opera epica come il Gobbo, di un'opera leggera come Mucche, o di un'opera citazionistica come Enchanted. È un peccato che dopo Rapunzel Menken sia tornato a dedicarsi al teatro, tuttavia la sua lezione è stata imparata da eredi perfettamente all'altezza, quegli stessi coniugi Lopez che ci regaleranno meravigliose colonne sonore come Winnie the Pooh e Frozen.
La Riconquista del Pubblico

Quando La Principessa e il Ranocchio “floppò” al botteghino, sembrava la fine per le fiabe disneyane, che si erano timidamente riaffacciate al cinema per farsi cacciare a calci, secondo la visione della dirigenza Disney. Una rinascita abortita in partenza quindi. L'unica cosa rimasta da fare era fermare i lavori su The Snow Queen, King of Elves e qualsiasi altro progetto potesse avere un riferimento alla famiglia reale nel titolo. Non era più il caso di riprovarci. Se avessero potuto avrebbero stoppato anche Rapunzel, che però era quasi pronto, quindi l'unica cosa da fare era cambiare il titolo nel più commedioso e meno iconico Tangled (cambiamento che non trova riscontro nel titolo italiano, a cui è stato fortunatamente risparmiato anche il cacofonico adattamento letterale Raperonzolo), e portare avanti una campagna pubblicitaria alquanto fuorviante che cercava di sviare in tutti i modi l'attenzione dal lato fiabesco, drammatico e musicale, per buttare tutto sul ridere. Uscirono così dei trailer fuorvianti, in cui si cercava di spacciare il film come miscela esplosiva unicamente d'azione e umorismo, arrivando persino ad inserire una manciata di animazioni puramente slapstick del tutto assenti dal film. Per non parlare poi dei trailer umoristici che pubblicizzavano finti prodotti legati al film, o quello ancor più demenziale che parodizzava il tormentone internettiano del double rainbow. Insomma una campagna promozionale volta a vendere un prodotto sviando il più possibile dal suo vero valore, nella speranza di limitare i danni.
Rapunzel però non solo non avrebbe causato alcun danno al botteghino, ma sarebbe stato un gran successo. Questo film, portato avanti tra mille problemi, e in cui al momento dell'uscita la dirigenza non credeva più ha avuto un incasso di tutto rispetto, un successo come da tempo non se ne vedevano in casa Disney, tanto da essere seguito dal cortometraggio spin-off Tangled Ever After, che ne chiosa la storia con un'esilarante appendice. Certo, chiunque a posteriori potrebbe affermare che siano i frutti “dell'intelligentissima” manovra di marketing operata, ma va considerato anche il fattore passaparola. E se veramente un musical fiabesco non fosse adatto al pubblico odierno la cosa sarebbe emersa poco dopo e la “truffa” svelata. E invece Rapunzel è piaciuto eccome, per cui godiamoci questo momento dorato pensando che molto probabilmente Tiana ha aperto la strada ad una rinascita, rieducando un pubblico che al termine del 2009 era ancora scettico, a credere nuovamente nella Disney. Il pubblico occasionale che magari avrà visto La Principessa e il Ranocchio in streaming, in dvd, o che ne ha sentito parlare bene da terzi, passo passo ha finalmente ripreso a fidarsi del marchio Disney. Questi artisti hanno dimostrato una volta di più di voler tornare a far film qualitativamente impeccabili, riscoprendo le loro radici. In occasione di Rapunzel i WDAS hanno inoltre voluto fare uno splendido regalo ai loro fan più storici facendo precedere e seguire il loro film da una bellissima variante del logo con Stemboat Willie che specifica a chiare lettere che questo è il “50th Animated Feature”, fornendo una risposta e una chiusura definitiva alla querelle sulla Lista dei Classici che ormai da dieci anni tormentava gli animi dei fan più accaniti. Con questo bel numerone rosso inserito in apertura di uno dei loro film, viene così definito una volta per tutte il Canone Ufficiale Disneyano, riconoscendo con onestà al suo interno anche i meno riusciti film in CGI, e fornendoci così una cartina tornasole di quella che tra alti, bassi, e altissimi è la vera storia dello studio d'animazione più importante del mondo.


di Valerio Paccagnella - Laureato in lettere moderne, è da sempre un grande appassionato di arti mediatiche, con un occhio di riguardo per il fumetto e l'animazione disneyana. Per hobby scrive recensioni, disegna e sceneggia. Nel 2005 fonda “La Tana del Sollazzo”, piattaforma web per la quale darà vita a diverse iniziative, fra cui l'enciclopedico The Disney Compendium e Il Fumettazzo, curioso esperimento di critica a fumetti. Dal 2011 collabora inoltre anche con Disney: scrive articoli per Topolino e Paperinik, e realizza progetti come la Topopedia (2011), I Love Paperopoli (2017) e PK Omnibus (2023).

Scheda tecnica
- Titolo originale: Tangled
- Anno: 2010
- Durata:
Credits
Nome | Ruolo |
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